Botta e risposta alle critiche

1. LE CRITICHE AL METODO E ALLA PROCEDURA SEGUITA

Critica dal fronte del no
La riforma non doveva essere proposta dal Governo, le riforme costituzionali devono essere di iniziativa strettamente parlamentare.

Risposta dei riformatori
Non solo non è detto da nessuna parte, ma in passato numerose riforme di rango costituzionale sono state di natura governativa (ne sono esempio, tra gli altri, il disegno di legge D’Alema – Amato presentato nel 1999 e approvato nel 2001 che ha portato all’attuale assetto di competenze Stato-regioni, il disegno di legge Berlusconi di riforma della parte II della Costituzione sottoposta a referendum nel 2006, il disegno di legge Monti di riforma dell’assetto delle competenze Stato-regioni presentato nel 2012). Inoltre nel caso specifico sia il Governo Letta sia il Governo Renzi sono nati proprio con l’impegno specifico di fare le riforme. Sarebbe stato strano che non prendessero l’iniziativa. L’idea che il governo possa farsi promotore di una proposta di legge di revisione costituzionale si è affermata peraltro sin dai lavori preparatori dell’Assemblea costituente: durante la seduta del 15 gennaio 1947 della II Sottocommissione, il Presidente Terracini mise ai voti il principio che la revisione della Costituzione potesse aver luogo su iniziativa del Governo e il principio venne approvato.

Critica dal fronte del no
Questa è una riforma a maggioranza.

Risposta dei riformatori
Anche questo non è scritto da nessuna parte. Ma naturalmente è saggio cercare di raccogliere dietro una proposta riformista il massimo consenso possibile ed è stato fatto fin dall’inizio, ricercando ogni possibile convergenza, sia nella formazione di una maggioranza più estesa di quella che sostiene il governo sia nella definizione e nell’approvazione delle molte modifiche proposte anche da gruppi o da singoli parlamentari di minoranza. Ma se questo non è possibile in tutto il procedimento né, all’esito della discussione parlamentare, nei voti finali dei diversi passaggi parlamentari, non si possono accettare veti: del resto non a caso è proprio l’articolo 138 della Costituzione vigente che prevede la riforma a maggioranza del 50% + 1 (con eventuale referendum).

Critica dal fronte del no
Nel varare la riforma sono state fatte in Parlamento forzature inaccettabili.

Risposta dei riformatori
In realtà ciò cui si è assistito – specie nelle fasi cruciali dell’iter – è stato un ostruzionismo senza quartiere e del tutto ingiustificato (nella frequenza, nella quantità, nei modi: ricordiamo i milioni di emendamenti del leghista Calderoli?): è chiaro che se chi si oppone fa uso spregiudicato del regolamento per mettere i bastoni fra le ruote a chi è in maggioranza, la maggioranza, a sua volta, userà tutti gli strumenti a disposizione per battere l’ostruzionismo. Sarebbero stati auspicabili interventi di modifica dei regolamenti parlamentari. In particolare sarebbe stata auspicabile una maggiore razionalizzazione dei procedimenti parlamentari, con l’obbiettivo di consentire non solo discussioni complete ma anche tempi certi di decisione, così, non sarebbe stato possibile né l’ostruzionismo esasperato fino alla paralisi né le reazioni legittime e proporzionate della maggioranza. Se si va a guardare bene, inoltre, il testo finale contiene moltissimi emendamenti: prima di tutto da parte della Commissione affari costituzionali del Senato (con Calderoli correlatore).

Critica dal fronte del no
La riforma è stata affrettata inutilmente, si poteva fare le cose con più calma.

Risposta dei riformatori
Se il referendum andrà come deve andare saranno passati esattamente 30 mesi, con sei (6) letture parlamentari, esame e votazione prima in Commissione e poi in Aula, votazione di migliaia di emendamenti. A questi assommiamo, volendo, anche i numerosi tentativi falliti a partire dagli anni ottanta e si vedrà che la riforma non è stata approvata affatto con fretta. E va in contro tendenza rispetto a quanto, autorevolmente è stato sostenuto in occasione delle precedenti revisioni costituzionali: nella seduta dell’8 marco 2001 al Senato, Leopoldo Elia spiegò infatti che “quanto al consenso popolare, non è certo precluso un nostro ricorso al referendum previsto dell’articolo 138 della Costituzione, giacché la norma costituzionale non distingue né tra fini né tra soggetti nella richiesta referendaria, e dove la legge non distingue, nessuno può distinguere” Il tempo impiegato è quello necessario per concludere l’iter nella legislatura e disporre le norme di attuazione prima della legislatura successiva: ogni ulteriore ritardo avrebbe compromesso la riforma per l’ennesima volta.

Critica dal fronte del no
La riforma è illegittima perché varata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale (sent. 1/2014) proprio in relazione alla composizione (premio) e alla struttura delle liste.

Risposta dei riformatori
Nella sentenza n. 1 del 2014, la Corte ha espressamente scritto che la illegittimità della legge elettorale non travolgeva la legittimazione giuridica (né politica) delle Camere della XVII legislatura. Del resto se così fosse stato si sarebbe dovuto sciogliere le Camere e fare elezioni sulla base di una legge elettorale scritta dalla Corte, con la certezza di una ulteriore paralisi istituzionale. Su questo ha concordato la stragrande maggioranza delle forze parlamentari nonché il presidente della Repubblica allora in carica (co-titolare del potere di scioglimento), oltre che – con parole chiare – il suo successore (v. discorso alla Columbia University di Sergio Mattarella, 11 febbraio 2016). Se questa risposta lasciasse ulteriori dubbi, si consideri che in ogni caso, con la partecipazione al referendum degli stessi titolari della sovranità popolare, cioè i cittadini proprio coloro su nome dei quali è esercitata la rappresentanza parlamentare potranno scegliere se percorrere la via delle riforme.

Critica dal fronte del no
Governo e maggioranza non avrebbero dovuto chiedere/auspicare il referendum.

Risposta dei riformatori
E perché? Anzi: dicendo sin dall’inizio che l’avrebbero fatto, si rispetta la volontà ultima del corpo elettorale (tanto più in una fase storica nella quale il rapporto fra istituzioni, partiti e cittadini è logorato), si tiene conto del fatto che una parte dei consensi parlamentari alla riforma è frutto del premio di maggioranza, si fa capire che non si teme il giudizio popolare, forti dei buoni contenuti della riforma. Del resto il fatto che la Costituzione permetta (come garanzia democratica) a una minoranza parlamentare del 20% di chiedere il referendum confermativo non ha mai voluto dire – e non può voler dire – che altrettanti o più dei fautori di una riforma non possano fare altrettanto! Peraltro la critica contraddice l’altra, secondo la quale si è voluta una riforma di maggioranza governativa, mentre ogni azione è stata rivolta anche al successivo scrutinio popolare.

Critica dal fronte del no
Matteo Renzi non avrebbe dovuto subordinare la continuazione del suo impegno di governo alla vittoria del “sì”.

Risposta dei riformatori
In tutta onestà: come si fa a immaginare che un governo, una maggioranza e un presidente del Consiglio che hanno fatto delle riforme il loro programma – nel rispetto dell’impegno assunto da (quasi) tutto il Parlamento al momento della rielezione di Giorgio Napolitano a presidente, possano sopravvivere alla clamorosa sconfessione che sarebbe la vittoria del “no” sulla “madre di tutte le riforme”? D’altra parte è vero o no che le opposizioni pretenderebbero le immediate dimissioni di Renzi e del Governo in caso di vittoria del ‘no’? Inoltre quella condizione è l’espressione più coerente del principio di responsabilità, che tutti invocano per chiunque abbia il potere di decidere sulle questioni d’interesse comune.

Critica dal fronte del no
Il referendum non dovrebbe essere complessivo ma per parti separate e distinte per dare all’elettore la possibilità di scegliere.

Risposta dei riformatori
La Costituzione fa riferimento alla legge di revisione costituzionale (è un principio, quello dell’omogeneità del quesito referendario affermato dalla Corte costituzionale, ma per i ben diversi referendum abrogativi), e non si può pensare che un testo costituzionale sia una specie di scaffale di supermercato dal quale uno prende quel che gli piace. Tutto si tiene: soprattutto la riforma del Titolo V con la riforma del Senato. Senza contare che ciò vale tanto più in un processo di riforma del genere che implica intese e accordi che non sarebbero neanche immaginabili nel momento in cui la contesa sui punti specifici si riaprisse davanti al corpo elettorale. La riforma ha una sua coerenza interna e complessiva, che la si condivida o no e come tale va giudicata anche dagli elettori.

2. LE CRITICHE AL CONTENUTO DELLA RIFORMA: IN GENERALE

Critica dal fronte del no
La Costituzione non si tocca.

Risposta dei riformatori
La nostra è una buona Costituzione, ma se continua ad andar benissimo nella prima parte (articoli fino al 54, principi, diritti e doveri) non va affatto tanto bene nella seconda (dal 55 in poi, mezzi istituzionali di funzionamento). Lì presenta molti e seri difetti. Ce lo disse anche Meuccio Ruini nell’intervento all’Assemblea costituente in qualità di relatore del testo (22 dicembre 1947) «La seconda parte della Costituzione – ordinamento della Repubblica – ha presentato gravi difficoltà. […] Non abbiamo risolto con piena soddisfazione tutti i problemi istituzionali. Ad esempio, per la composizione delle due Camere e il loro sistema elettorale…» Da allora quei difetti sono stati confermati e sono diventati più rilevanti nell’assetto materiale del sistema politico con l’evoluzione successiva al termine dell’esperienza del primo periodo repubblicano. La Costituzione può essere toccata, fermo restando quanto ci dice l’articolo 139 e la giurisprudenza della Corte Costituzionale per i limiti di contenuto delle modifiche. Proprio pe questo i Padri costituenti hanno scritto l’articolo 138 che dice come modificare la Costituzione.

Critica dal fronte del no
La riforma crea troppe incertezze, è scritta male, creerà contenzioso.

Risposta dei riformatori
La riforma riflette la complessità dei processi decisionali nella società contemporanea, molto diversa da quella appena uscita dalla guerra e dalla dittatura, ha uno stile di redazione che insieme a formulazioni esatte e chiare contiene disposizioni più articolate e determinate dalla necessità di distinguere la mutevole realtà che deve regolare. Nondimeno, al di là di un giudizio superficiale e meccanico, fondato sull’assunto che un testo è tanto difficile da Le critiche al contenuto della riforma: in generale 8 applicare quanto più sia esteso, ha la capacità, naturalmente da misurare con la prova dei fatti, di semplificare il sistema e di imputare le responsabilità dei poteri pubblici, in modo più visibile, dinanzi ai cittadini. Inoltre, in via generale, qualsiasi riforma contiene margini di incertezza, per definizione. Non può che essere così: se si mette a raffronto un testo vigente da 15 o 70 anni che è stato studiato, applicato, discusso, giudicato e interpretato da schiere di giudici e studiosi, oltre che politici, con un testo in larga misura o tutto nuovo, è evidente che il primo pare chiaro (perché noto a tutti nelle diverse interpretazioni e nella prassi concreta), mentre il secondo può essere fonte anche di qualche incertezza, che potrà essere risolta, com’è stato anche all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, con i normali processi di adattamento propri di ogni nuovo ordinamento, mediante le consuetudini costituzionali, i nuovi regolamenti parlamentari, la legislazione di attuazione, l’azione delle istituzioni di garanzia, lo stesso agire politico.

Critica dal fronte del no
La riforma ha una non condivisibile impostazione economicistica (finalizzata a risparmiare, snellire).

Risposta dei riformatori
Non parrebbe un demerito. Certo: i processi democratici non si valutano solo per il loro costo. Ma, anche, sì. Come per altro è questione di rapporto costi-benefici. Anche questo aspetto manifesta un’attenzione maggiore al principio di responsabilità, a maggior ragione in seguito alla riforma costituzionale del 2012 che ha introdotto il principio dell’equilibrio di bilancio, rilevantissima dal punto di vista costituzionale sul piano delle politiche in materia di diritti: chi prende decisioni per la collettività deve farsi carico non solo degli obiettivi di miglioramento della vita associata e e di quella degli individui, ma anche dei mezzi necessari, che devono essere proporzionati allo scopo e consapevoli degli effetti anche per le generazioni future.

3. LE CRITICHE DI CONTENUTO: FORMA DI GOVERNO, LEGGE ELETTORALE, EQUILIBRIO DEI POTERI

Critica dal fronte del no
La riforma mette le istituzioni in mano a una sola forza politica, in combinazione con l’Italicum.

Risposta dei riformatori
Non è assolutamente così. Tutte le maggioranze qualificate restano o sono rafforzate; il Parlamento in seduta comune che deve eleggere il Presidente della Repubblica e i ministri del Consiglio superiore della magistratura ad esempio – è un organo ridimensionato ma che conta sempre di 725 componenti; chi ne controllasse 340 grazie al premio resta sotto di 23 rispetto alla maggioranza assoluta; di 95 rispetto alla maggioranza dei 3/5; di 142 rispetto a quella dei 2/3. Per cui il premio, da solo, non permette l’elezione delle più alte cariche dello Stato e degli organi di giustizia. Infine il sistema politico italiano – per ora – è lungi dal garantire che una forza politica sola pur contando su 340 seggi non debba fare comunque i conti con possibili dissensi interni: come accade in democrazia.

Critica dal fronte del no
La riforma introduce una specie di “premierato assoluto”.

Risposta dei riformatori
L’etichetta fu inventata ai tempi della tentata e fallita riforma del centro-destra (2006): riferita alla riforma Renzi-Boschi è una pura sciocchezza. L’unica cosa che la Riforma prevede, senza toccare giuridicamente la forma di governo, è la fiducia con la sola Camera dei deputati. Nonché in combinazione con la legge elettorale comporta la probabilità che un partito col suo leader vinca le elezioni e sia in grado di formare un governo. Ma la saldezza di questo governo è tutta da provare (con 340 seggi la maggioranza essendo di 316 il margine è piccolo); e inoltre – diversamente dall’ipotesi del 2006 – nulla è cambiato rispetto al potere di scioglimento e alla natura collegiale del nostro potere esecutivo.
Al contrario, ancora oggi, con la riforma, l’azione di leadership del premier è affidata alla sua autorevolezza più che a ben precise norme di carattere giuridico.

Critica dal fronte del no
Il voto a data certa sulle proposte di legge del Governo dà a quest’ultimo poteri eccessivi.

Risposta dei riformatori
Assolutamente no. Serve – insieme ai limiti introdotti nell’art. 77 – ad evitare la decretazione d’urgenza (che poi spesso si unisce ai c.d. maxiemendamenti) e nel contempo, al Governo, per attuare il programma per il quale è stato (indirettamente) votato. In altre parole, serve ad evitare la fuga del governo dal Parlamento e a garantire che le decisioni normative più importanti siano prese all’interno di quest’ultimo. Rispetto alla versione iniziale, inoltre, è stato depotenziato: non c’è più la garanzia che il voto avvenga sul testo del Governo o accettato dal Governo. Quindi il Parlamento potrà – volendo – fare il suo mestiere: salvo il rispetto dei tempi. Inoltre il ricorso o meno al voto a data certa è affidato sempre a una deliberazione parlamentare.

Critica dal fronte del no
Non è la riforma il problema principale, ma è l’Italicum.

Risposta dei riformatori
A parte il fatto che la legge elettorale non è costituzionalizzata (e quindi la si potrà cambiare, volendo, con legge ordinaria l’Italicum è frutto di un compromesso che ha tenuto conto di molteplici esigenze. Il fatto che dia il premio a una sola forza politica evita coalizioni raccogliticce buone a vincere, ma non a governare e asseconda una delle caratteristiche fondanti del PD che nel 2007 nacque come partito a vocazione maggioritaria, cioè deciso ad assumersi in pieno la responsabilità di governo. È comunque un sistema equilibrato, che coniuga rappresentanza e certezza nella determinazione di una maggioranza, gli altri sistemi elettorali sono in crisi proprio perché non assicurano quest’ultimo elemento, senza il quale si apre uno spazio incontrollato ai populismi, alla demagogia e a chi intercetta i sentimenti meno razionali dell’elettorato, con le conseguenze più gravi per tutti.

Critica dal fronte del no
La riforma attenta alla democrazia e non assicura le necessarie “garanzie”.

Risposta dei riformatori
Pensare che chi controlla (in ipotesi) il circuito Governo-Parlamento sia per ciò solo una specie di “padrone del potere” vuol dire ignorare come funzionano le moderne democrazie e come funziona, in particolare, la nostra: nella quale poteri e contropoteri sono saldi e forti (a partire dalla Corte costituzionale e dal presidente della Repubblica), le burocrazie spesso inossidabili, la magistratura giustamente indipendente (non solo quella giudicante ma anche quella inquirente), le autonomie territoriali una realtà (ora ben dentro le istituzioni parlamentari, oltretutto). Significa ignorare che siamo inseriti in un sistema giuridico multilivello europeo e internazionale col quale chiunque governi deve fare i conti. Significa ignorare – infine – che vivaddio quella italiana è una società nella quale l’associazionismo di categoria, il sindacato, il volontariato, il terzo settore, le Chiese eccetera sono saldi e in grado di ben difendere i propri interessi. È un bene che sia così: per questo i politologi parlano di “poliarchia” per definire sistemi del genere. Infine la riforma assicura più democrazia, non meno:

  1. Aumenta gli istituti di partecipazione;
  2. Dà precise indicazioni sulle garanzie per minoranze e opposizione nei regolamenti parlamentari;
  3. Responsabilizza davanti agli elettori chi governa;
  4. Sana il deficit democratico derivante dal fatto che il senato oggi pesa quanto la camera ma non è eletto a suffragio universale! (Non votano i circa 4.000.000 di cittadini fra 18 e 25 anni meno un giorno).

4. LE CRITICHE DI CONTENUTO: COMPOSIZIONE DEL SENATO E PROCEDIMENTO LEGISLATIVO

Critica dal fronte del no
Sarebbe servito un Senato “di garanzia” direttamente eletto.

Risposta dei riformatori
Il Senato più o meno di garanzia fu proprio il compromesso alla fine deciso dai costituenti: un compromesso al ribasso tra chi voleva una seconda camera rappresentativa delle regioni e chi, invece, non la voleva affatto. Si rivelò dunque essere una copia, volta a raddoppiare tutto e perciò stesso garantire reciprocamente forze politiche che si consideravano non solo politicamente diverse, ma sistematicamente agli antipodi e senza la convinzione che l’una avrebbe rispettato l’altra in caso di vittoria elettorale. Ma a parte che non vi sono al mondo molti esempi di seconde camere di garanzia, questa concezione è basata sulla idea sbagliata secondo la quale controlli e garanzie sono possibili solo ostacolando o impendendo la buona funzionalità del circuito Governo-Parlamento. Non è così: ed anzi è un’idea in contrasto con i fondamenti stessi del regime parlamentare. Infine una seconda camera eletta dai cittadini con poteri rilevanti ma senza rapporto fiduciario sarebbe diventata un organo potentissimo in grado di porre il veto su tutte le questioni sulle quali avrebbe avuto competenza. Un’assurdità. In nessun sistema democratico c’è una camera che nasce e si qualifica come una camera d’interdizione, sarebbe in contraddizione con il principio democratico, che vuole la sovranità del popolo rappresentata nella camera politica e una camera che a sua volta esprime, anche in forma indiretta, la radice popolare che sorregge le istituzioni regionali e locali.

Critica dal fronte del no
La riforma avrebbe dovuto essere più netta e introdurre il monocameralismo invece di trasformare il Senato.

Risposta dei riformatori
Prima di tutto c’è un dettaglio: una maggioranza per il monocameralismo, nell’attuale Parlamento non c’era. Ma soprattutto: la scelta di fare del Senato l’assemblea di Le critiche di contenuto: composizione del Senato e procedimento legislativo 13 rappresentanza territoriale non è “tanto per fargli fare (al Senato) qualcosa”: è perché sin dalla Costituente si è ritenuto che uno stato regionalista (tanto più se evoluto in direzione di ulteriore decentramento) ha necessità di vedere rappresentate le istituzioni territoriali al centro dell’ordinamento per ricomporre a monte conflitti che, in assenza, si scaricherebbero a valle sulla Corte costituzionale. In tutti i paesi democratici, nelle società articolate e complesse, il sistema politico rappresenta anche le istituzioni territoriali, articolazione essenziale della democrazia moderna, il senato corrisponde a questa esigenza e lo fa in equilibrio con la necessità di assicurare decisioni politiche e legislative certe e misurabili dai cittadini.

Critica dal fronte del no
Sarebbe stato preferibile il modello Bundesrat (tipo Germania).

Risposta dei riformatori
Rispettabilissima e in parte condivisibile opinione. Ma – a parte che non rappresentare affatto l’Italia dei comuni o rappresentarla solo per il tramite delle Regioni non è scelta che avrebbe rispettato la storia delle autonomie territoriali nel nostro Paese – questo modello, probabilmente, non aveva abbastanza sostenitori in Parlamento. I consigli regionali sono eletti dai cittadini, la scelta è coerente a quella di un radicamento nella sovranità popolare.

Critica dal fronte del no
Si doveva lasciare più senatori e ridurre il numero dei deputati. Oppure varianti: 100 senatori ma riduzione dei deputati a 500 (o “n”).

Risposta dei riformatori
Prima di tutto occorre chiarire che l’obbiettivo della previsione del nuovo Senato è il superamento del bicameralismo perfetto. Da esso consegue la riduzione del numero dei senatori, che è strettamente connessa al fatto che essi rappresentano le istituzioni territoriali. La riduzione è l’effetto di un mutamento qualitativo. Perciò sul lasciare più senatori c’è da nutrire seri dubbi; quanto alla riduzione dei deputati, è chiaro che andare in quella direzione avrebbe complicato l’iter della riforma fino a farla fallire. La Camera ha la dimensione di assemblee corrispondenti in paesi di pari o simili dimensioni (Germania etc.), agire sul Senato era cosa naturale, mutando le sue funzioni, così da non comprimere la rappresentanza fondata sul suffragio diretto, ottenendo al contempo una riduzione sensibile dei parlamentari eletti direttamente.

Critica dal fronte del no
Non si capisce cosa restano a fare i 5 senatori di nomina presidenziale.

Risposta dei riformatori
Questo non è certo un punto decisivo su cui far fallire la riforma! Sono comunque un elemento di tradizione, aggiornata, che finora ha dato contributi molto qualificati alla vita parlamentare.

Critica dal fronte del no
I senatori-consiglieri saranno dei nominati, andavano direttamente eletti.

Risposta dei riformatori
Prima di tutto non saranno affatto dei c.d. nominati: visto che devono essere sindaci o consiglieri regionali, tutta gente eletta! In secondo luogo è decisivo che i membri del Senato siano allo stesso tempo rappresentati dalle autonomie per tutelare gli interessi dell’istituzione territoriale. Ciò consente di ridurre il rischio di riprodurre caratteri del vecchio Senato, a partire dai gruppi partitici. In terzo luogo, comunque, è prevista una qualche forma di collegamento col voto popolare (per il Consiglio regionale). Ovviamente il problema per presidenti e Sindaci non si pone.

Critica dal fronte del no
Il doppio lavoro (Senato-Consiglio o Comune) impedirà ai senatori di incidere.

Risposta dei riformatori
Questa osservazione nasce dall’incapacità di immaginare per il Senato ruolo e modalità di funzionamento radicalmente diversi da quelli attuali. È evidente che i lavori dei 21 consigli, dei comuni con sindaco senatore e delle Camere andranno appropriatamente coordinati. È chiaro che il Senato non sarà un organo riunito in permanenza come le Camere attuali. Ci si può immaginare una settimana di lavoro istruttorio e una di votazioni; il resto in Regione o Comune. Si potrà peraltro avere un’opportunità in più per arrivare ad una vera programmazione dei lavori come hanno tutti gli altri Parlamenti Si pensi che il Bundesrat tedesco (che rappresenta i Länder) si riunisce e vota un giorno al mese! Infine, proprio la doppia carica, locale e nazionale, garantisce quell’integrazione tra circuito della rappresentanza territoriale e contributo all’indirizzo politico nazionale che costituisce uno degli obiettivi virtuosi della riforma.

Critica dal fronte del no
Nel nuovo Senato si sarebbe dovuto votare “per delegazione”.

Risposta dei riformatori
Questo è (v. sopra) il modello tedesco Bundesrat. È stata necessaria una scelta diversa. Anche se non facile, una evoluzione del genere, almeno parziale, potrebbe risultare non impossibile col tempo, magari a partire da una riforma del futuro regolamento del Senato che contempli un computo delle maggioranze che tenga conto sia dei voti sia delle regioni rappresentate. Però questo dev’essere il risultato di una evoluzione del sistema nel suo complesso verso una forma di rappresentanza che oggi non potrebbe essere imposta per via normativa, senza provocare squilibri indesiderati.

Critica dal fronte del no
Il nuovo Senato non conterà nulla.

Risposta dei riformatori
Prevedere esattamente quale sarà il ruolo e il rilievo del nuovo Senato è difficile. Dipenderà essenzialmente da coloro che ne saranno i protagonisti; dalla capacità di interpretare il nuovo e di non pretendere di essere una pseudo Camera impegnata su tutto e il contrario di tutto, ma un’assemblea realmente intenzionata a far valere gli interessi regionale e locali. Poteri giuridici ne avrà: legislazione costituzionale (tutta); incidenza su tutta la legislazione ordinaria; incidenza rafforzata su alcune materie individuate; controllo sulle politiche pubbliche; possibilità di condurre indagini; concorso alla fase ascendente e discendente del diritto dell’UE. Sono funzioni capaci di riempire assai degnamente il ruolo di un’assemblea parlamentare, in un sistema più razionale e non più ripetitivo. Inoltre, il regolamento parlamentare sarà, come lo sono gli attuali regolamenti parlamentari, una potente fonte di integrazione normativa sul piano del diritto parlamentare.

Critica dal fronte del no
I procedimenti legislativi previsti sono troppi e troppo complicati.

Risposta dei riformatori
Passare da un sistema in cui il procedimento legislativo è uno solo e identico in tutto e per tutto (e per qualsiasi legge!) in due Camere gemelle (se non per elettorato e composizione) a Le critiche di contenuto: composizione del Senato e procedimento legislativo 16 un sistema nel quale la competenza legislativa è per tipi distinti, può essere, all’apparenza, un fattore di complicazione. Tuttavia, se si intende il dato normativo della riforma al di là di una lettura superficiale e solo quantitativa (il numero di disposizioni che regolano i procedimenti, la coesistenza di procedimenti diversi), sarà agevole concludere che la decisione legislativa, nella gran parte dei casi, sarà più celere e semplice, senza perdere di capacità di ponderazione, con alcune, limitate eccezioni, giustificate da esigenze di compartecipazione territoriale alle decisioni nazionali e da esigenze generali di garanzia. Tra l’altro son vietati gli emendamenti eterogenei rispetto alla materia prevista dal testo iniziale. Ma così è in moltissimi ordinamenti. Il testo iniziale del Governo prevedeva un meccanismo più semplice (poi modificato in Parlamento). Ci vorrà una fase di apprendimento, e l’uso di una dote che a volte fa difetto: buon senso. Su tale base non si vedono problemi dopo un po’ di rodaggio, che ci sarà.

5. LE CRITICHE DI CONTENUTO: IL NUOVO TITOLO V

Critica dal fronte del no
Il nuovo Titolo V è una controriforma rispetto a quella del 2001.

Risposta dei riformatori
Controriforma è dire troppo. Ma sarebbe eccessivo negare che si tratta di una incisiva e voluta modifica di rotta. L’idea di fondo è ridimensionare la competenza legislativa delle Regioni, nel momento che si coinvolgono esse e i Comuni nella produzione del diritto e delle decisioni a livello centrale (col nuovo Senato). D’altra parte, sotto questo aspetto, la riforma del 2001 non ha dato buona prova di sé ed era largamente condivisa la necessità di riordinare e precisare le competenze di Stato e regioni, soprattutto perché alle regioni erano state conferite competenze che si sono rivelate spesso problematiche (energia, grandi reti infrastrutturali) e perché la competenza concorrente aveva generato contenzioso e gravi incertezze.

Critica dal fronte del no
La clausola di supremazia pro Stato avvilisce l’autonomia regionale.

Risposta dei riformatori
Non è così. Praticamente tutti i sistemi regionali e soprattutto federali prevedono direttamente in Costituzione o grazie a giurisprudenza costituzionale che il Parlamento nazionale – all’occorrenza – abbia l’ultima parola. Naturalmente c’è da auspicare che si faccia uso parco della facoltà attribuita dal comma 4 dell’articolo 117 in base al quale la legge dello Stato può disciplinare materie di competenza regionale (in nome degli interessi unitari dell’ordinamento: di inevitabile valutazione politicoparlamentare, poi sindacabili davanti alla Corte costituzionale). La stessa Corte costituzionale aveva elaborato una giurisprudenza che allude alla clausola di supremazia, fondata sul concetto della “attrazione in sussidiarietà” per funzioni che teoricamente sarebbero di competenza regionale ma esigono una regolazione uniforme per l’intero territorio nazionale. La clausola di supremazia, nota in tutti li ordinamenti federali evoluti, non fa , in sostanza, che codificare quel principio, disponendo sulle regole per esercitare il potere corrispondente, perciò è una garanzia anche per le regioni.

Critica dal fronte del no
I limiti alle Regioni in materia di costi della politica (indennità, finanziamento gruppi) ne umiliano l’autonomia.

Risposta dei riformatori
In teoria è vero. Soprattutto con riferimento al ruolo fondamentale che anche i gruppi consiliari svolgono come cerniera fra i partiti e le istituzioni. Il guaio è che chi utilizza male la propria autonomia, rischia poi di perderla. Alcune Regioni ne hanno fatto uso pessimo. Non si poteva andare avanti così. Inoltre è ormai un principio di senso comune la limitazione anche normativa dei costi degli apparati politici.

Critica dal fronte del no
La scelta di abolire la legislazione concorrente è un errore.

Risposta dei riformatori
Autorevoli esperti sostengono questo; altrettanto autorevoli esperti sostengono l’opposto. Certo il sistema fino ad oggi non ha funzionato molto bene. È una materia peggio che intricata: non resta che verificarla in pratica, senza partiti presi, pronti a ulteriori messe a punto. Anche altre grandi democrazie vanno cambiando e ricambiando in questa materia (v. Germania nel 2006).

Critica dal fronte del no
Non sono state riformate le Regioni a statuto speciale.

Risposta dei riformatori
È vero. Anzi: c’è scritto che questa riforma del titolo V non si applica alle Regioni speciali fino a varo dei loro nuovi Statuti (tutti da negoziare sulla base di intesa: che le rafforza) e da varare come sempre con altra legge costituzionale. Il fatto è che mettere le mani su una questione delicatissima come le Regioni speciali (alcune di confine e con una certa garanzia internazionale della loro autonomia) avrebbe aperto un vaso di Pandora difficile da richiudere. In ogni caso l’implicito impegno a rivedere gli statuti speciali c’è: a riforma fatta sarà politicamente meno difficile.

6. LE CRITICHE DI CONTENUTO: ULTERIORI CRITICITÀ

Critica dal fronte del no
Non è opportuno che il Senato elegga due giudici della Corte.

Risposta dei riformatori
Questione opinabile, tanto che su di essa le due Camere hanno manifestato posizioni diverse nei primi due passaggi. In moltissimi sistemi (la più parte) è proprio così. I critici sostengono che in questo modo due giudici della Corte (fermi gli attuali requisiti) sarebbero in qualche modo influenzati dagli interessi regionali i cui rappresentanti gli eleggerebbero. I favorevoli rispondono che (1) sì è bene che vengano scelti giudici costituzionali che – nella loro indipendenza – siano particolarmente sensibili agli interessi dei territori; (2) e che – altrimenti – tutti e 5 i giudici di estrazione parlamentare diverrebbero oggetto di negoziato partitico con assoluta prevalenza della componente Camera dei deputati: il che va bene nell’elezione del capo dello Stato, non per concorrere a formare una Corte che deve garantire anche le Regioni.

Critica dal fronte del no
L’elezione del presidente della Repubblica non è ben disciplinata.

Risposta dei riformatori
Qui occorre mettersi d’accordo. Se si vuole che nessuna forza politica – da sola – possa di norma eleggere il presidente (salvo che conquisti beninteso una valanga imprevedibile di voti) occorrono quorum alti. La riforma fa questa scelta e prevede che non si possa scendere sotto i 3/5 dei votanti. Questo garantisce una certa influenza a gruppi di opposizione i cui voti diventano comunque indispensabili. In un sistema partitico consolidato e “normale” non dovrebbe essere un gran problema. In uno nel quale i brutali ricatti, da parte anche di piccole minoranze, sono all’ordine del giorno ci si può preoccupare del rischio “stallo”: cioè che si abbia una serie lunga di votazioni infruttuose, che peraltro potrebbe avere costi politici e di consenso su chi ne fosse responsabile.

Critica dal fronte del no
Non si sa come funzioneranno i riformati istituti di democrazia diretta.

Risposta dei riformatori
Anche la Costituzione del ’48 rinviava l’attuazione di alcune parti a successive leggi costituzionali e non: era ed è inevitabile. Starà a tutti impegnarsi per trarre il meglio da previsioni che – intanto – ora ci sono e prima non c’erano.

Critica dal fronte del no
Bene togliere le Province dalla Costituzione, ma di fatto sono già in via di superamento.

Risposta dei riformatori
Vero. Ma togliendo ogni riferimento dalla Costituzione si permette, volendo, di abolirle del tutto o di trasformarle a piacimento (del legislatore statale e regionale).